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Beyond Belief

The Science-Backed Way to Stop Limiting Yourself and Achieve Extraordinary Results

di Nir Eyal

E se una parte di ciò che consideriamo un limite dell’età non dipendesse realmente dall’età, ma da ciò che abbiamo imparato a credere su noi stessi? È una domanda particolarmente interessante dopo i cinquant’anni, perché con il passare del tempo accumuliamo esperienza, competenze e consapevolezza, ma spesso accumuliamo anche convinzioni che finiscono per trasformarsi in certezze: ormai sono troppo vecchio per cambiare, non ho più l’energia di una volta, alla mia età certe cose non si fanno, il mio corpo non può più migliorare, la memoria inevitabilmente peggiora, è troppo tardi per ricominciare. Ma quante di queste affermazioni descrivono realmente un limite biologico e quante, invece, sono interpretazioni che abbiamo interiorizzato nel corso degli anni?

È proprio su questo confine che si muove Beyond Belief: The Science-Backed Way to Stop Limiting Yourself and Achieve Extraordinary Results, il libro di Nir Eyal, autore già conosciuto per Hooked e Indistractable. La tesi centrale è semplice ma tutt’altro che banale: le nostre convinzioni non sono necessariamente descrizioni oggettive della realtà, ma strumenti attraverso i quali il cervello interpreta ciò che accade. Alcune ci aiutano a muoverci nel mondo, altre possono progressivamente restringere il campo di ciò che consideriamo possibile. Per chi ha superato i cinquant’anni questa idea assume un significato ancora più profondo, perché parlare di longevità non significa soltanto aggiungere anni alla vita o cercare di preservare il più possibile la salute fisica. Significa anche continuare a vedere possibilità negli anni che abbiamo davanti.

Chi è l'Autore?

Nir Eyal è uno studioso e divulgatore dei meccanismi psicologici che influenzano il comportamento umano. Dopo aver lavorato nei settori della tecnologia e della pubblicità, ha approfondito il modo in cui abitudini, attenzione e motivazione interagiscono tra loro. Con Hooked ha analizzato i meccanismi che rendono determinati prodotti capaci di creare abitudini; con Indistractable ha affrontato il problema opposto, chiedendosi come possiamo recuperare il controllo della nostra attenzione in un mondo progettato per distrarci continuamente. Con Beyond Belief compie un ulteriore passo: non si domanda soltanto perché facciamo determinate cose, ma perché alcune possibilità entrano nel nostro campo mentale mentre altre vengono escluse prima ancora di essere prese seriamente in considerazione. La risposta che propone riguarda il ruolo delle nostre convinzioni, non come semplici pensieri astratti, ma come filtri capaci di influenzare ciò che vediamo, ciò che ci aspettiamo e, infine, ciò che facciamo.

Non vediamo la realtà esattamente così com’è

Tendiamo a immaginare il cervello come una videocamera che registra fedelmente ciò che accade intorno a noi, ma il suo funzionamento è molto diverso. Ogni secondo siamo esposti a una quantità enorme di stimoli e il cervello deve necessariamente selezionare, semplificare e interpretare. Non può elaborare tutto con la stessa intensità e proprio per questo utilizza aspettative, esperienze precedenti e convinzioni per decidere che cosa meriti attenzione. Se credo di non essere portato per l’attività fisica, noterò probabilmente molto più la fatica che i piccoli miglioramenti. Se penso che dopo i sessant’anni sia troppo tardi per imparare qualcosa di nuovo, interpreterò ogni difficoltà come una conferma della mia convinzione. Se invece considero il mio cervello ancora capace di apprendere, quella stessa difficoltà potrà essere interpretata come una normale fase del processo.

Uno degli aspetti più interessanti di Beyond Belief è proprio il tentativo di prendere le distanze dal classico pensiero positivo. Il messaggio non è che basti ripetersi davanti allo specchio che tutto andrà bene o convincersi di poter fare qualsiasi cosa. Una convinzione, nella prospettiva proposta da Eyal, è qualcosa di molto più concreto: un modello attraverso il quale il cervello decide cosa osservare, cosa aspettarsi e come agire. Da questa impostazione nascono quelli che il libro definisce i Three Powers of Belief, i tre poteri della convinzione: Attention, Anticipation e Agency.

Attention: ciò che crediamo influenza ciò che vediamo

Il primo grande tema è l’attenzione. Può sembrare un argomento distante dalla longevità, ma in realtà è fondamentale, perché l’attenzione è una risorsa limitata e il cervello deve continuamente scegliere a quali informazioni dare importanza. Le convinzioni diventano così una sorta di filtro attraverso il quale interpretiamo la realtà. Pensiamo, per esempio, a una persona di 55 anni che perde il lavoro. Una convinzione potrebbe essere: “A questa età nessuno mi assumerà più”. Un’altra potrebbe essere: “Ho trent’anni di esperienza che posso utilizzare in un modo nuovo”. La situazione esterna è identica, e naturalmente le difficoltà concrete non scompaiono semplicemente cambiando atteggiamento, ma cambia il campo delle possibilità che la persona riesce a vedere. Nel primo caso l’attenzione tenderà a raccogliere conferme dell’impossibilità; nel secondo potrebbe cominciare a individuare alternative che prima non venivano considerate: una nuova formazione, una consulenza, una professione differente, una collaborazione o persino un progetto imprenditoriale.

Questo meccanismo diventa particolarmente importante nella seconda metà della vita, perché viviamo immersi in messaggi culturali sull’invecchiamento. A cinquant’anni dovresti rallentare, a sessanta dovresti iniziare a pensare soprattutto al ritiro, a settanta determinate attività non sarebbero più “per te”. Ripetute abbastanza a lungo, queste idee rischiano di trasformarsi in convinzioni personali. Il limite, allora, può arrivare molto prima del momento in cui il corpo non è realmente più in grado di fare qualcosa: arriva quando smettiamo persino di considerare quella possibilità. Una delle domande più utili suggerite indirettamente dal libro diventa quindi: sto osservando un limite reale oppure sto guardando la realtà attraverso un filtro che ho acquisito nel corso degli anni?

Anticipation: quello che ci aspettiamo può cambiare la nostra esperienza

La seconda grande area affrontata da Eyal riguarda l’anticipazione, cioè il potere delle aspettative. Qui il discorso diventa ancora più interessante perché entra nel complesso rapporto tra mente e corpo. Conosciamo abbastanza bene il concetto di placebo: in determinate circostanze, le aspettative associate a un trattamento possono influenzare la percezione dei sintomi e produrre risposte misurabili. Meno conosciuto è il fenomeno opposto, il nocebo, nel quale aspettative negative possono contribuire ad amplificare dolore, sintomi e malessere. Eyal ricorre anche a casi estremi per mostrare fino a che punto ciò che anticipiamo possa interagire con la nostra esperienza fisiologica.

Naturalmente questo non significa che possiamo “pensare via” una malattia, né che le patologie siano semplicemente nella nostra testa. Sarebbe una conclusione non solo sbagliata, ma anche pericolosa. Il punto è molto più sottile: la realtà biologica e il modo in cui il cervello la interpreta interagiscono continuamente. Ed è qui che il libro diventa particolarmente interessante quando lo osserviamo attraverso la lente della longevità. Provate, per esempio, a completare mentalmente la frase: “Invecchiare significa…”. Qual è la prima parola che vi viene in mente? Declino, rughe, malattia, perdita, pensione, solitudine? Oppure esperienza, libertà, consapevolezza, tempo, opportunità? Le parole che utilizziamo per raccontarci l’invecchiamento non sono necessariamente innocue, perché contribuiscono a costruire le nostre aspettative.

Se entriamo nella seconda metà della vita aspettandoci inevitabilmente un deterioramento continuo, rischiamo di interpretare ogni piccolo cambiamento come la conferma di quella storia. Un dolore dopo una camminata diventa “sono vecchio”; dimenticare un nome diventa “sto perdendo la memoria”; sentirsi stanchi una sera diventa “non ho più l’energia di una volta”. A venticinque o trent’anni avremmo probabilmente attribuito gli stessi episodi alla stanchezza, allo stress, a una notte dormita male o a una giornata particolarmente intensa. Dopo i cinquanta rischiamo invece di attribuirli automaticamente all’età. E questa interpretazione può influenzare il comportamento successivo: se considero la fatica un segnale inevitabile dell’invecchiamento, potrei ridurre l’attività; riducendo l’attività potrei perdere progressivamente forza e capacità cardiovascolare; sentendomi più debole avrò infine una nuova conferma della convinzione iniziale. In questo modo una convinzione rischia di contribuire alla costruzione della realtà che temevamo.

Agency: sentire di poter ancora influenzare la propria vita

Il terzo pilastro di Beyond Belief è probabilmente quello che trovo più importante per un pubblico over 50: agency. Non esiste una traduzione italiana perfetta, ma possiamo descriverla come la percezione di avere capacità di azione, di poter influenzare almeno in parte ciò che accade nella nostra vita. È la differenza tra dire “non posso farci niente” e chiedersi “qual è la parte di questa situazione sulla quale posso ancora intervenire?”. Eyal utilizza diversi esempi per mostrare come le capacità percepite e quelle effettivamente disponibili non coincidano sempre perfettamente. Non tutto ciò che sentiamo come impossibile corrisponde necessariamente al limite massimo delle nostre capacità; a volte smettiamo semplicemente di testare un confine molto prima di averlo raggiunto.

Questo principio incontra direttamente il concetto di longevità consapevole. Non possiamo controllare tutto e sarebbe ingenuo pensarlo. Non possiamo scegliere la nostra genetica, cancellare il tempo trascorso, garantire che non avremo una malattia o decidere esattamente quanti anni vivremo. Ma tra il controllo totale e la totale impotenza esiste uno spazio enorme. Possiamo muoverci di più, allenare forza ed equilibrio, migliorare il sonno, imparare, coltivare relazioni, modificare abitudini, costruire nuovi progetti, chiedere aiuto quando serve e continuare ad avere uno scopo. L’agency consiste proprio nel riconoscere questo spazio. È, a mio avviso, una delle competenze psicologiche più importanti della longevità: non pretendere di controllare la vita, ma continuare a sentirsi partecipanti attivi della propria vita.

Come cambiare una convinzione limitante

Uno dei pregi di Beyond Belief è che Eyal non lascia il lettore soltanto con una teoria, ma propone anche un processo pratico per intervenire sulle convinzioni limitanti. Il primo passaggio consiste nell’identificare con precisione la storia che continuiamo a raccontarci. Non basta pensare genericamente di avere poca fiducia in noi stessi: bisogna trovare la frase esatta che ritorna nella nostra mente. Non sono costante. Non riesco a dimagrire. Non sono sportivo. Non riesco a usare la tecnologia. Alla mia età è troppo tardi. Non posso cambiare lavoro. Non ho forza di volontà. Queste frasi sembrano descrizioni oggettive della nostra identità, mentre spesso sono interpretazioni costruite sulla base di esperienze passate e poi trasformate, attraverso la ripetizione, in una definizione di chi siamo.

Il passaggio successivo consiste nel rovesciare la convinzione, ma senza cadere nelle affermazioni irrealistiche. Se non corro da vent’anni, ripetermi “sono un atleta straordinario” difficilmente cambierà qualcosa. Una convinzione alternativa deve essere credibile e soprattutto utilizzabile: “Posso diventare più attivo iniziando da dieci minuti al giorno”, oppure “Posso ancora imparare, anche se oggi imparo in maniera diversa rispetto a quando avevo vent’anni”. Infine arriva il passaggio decisivo: bisogna agire. La nuova convinzione deve produrre una piccola prova concreta nella realtà. Dieci minuti di camminata, una lezione, una telefonata, una pagina scritta, un esercizio, una candidatura, un nuovo incontro. Le convinzioni cambiano davvero quando iniziamo ad accumulare evidenze capaci di contraddire la vecchia storia che raccontavamo su noi stessi.

Non aspettare di crederci prima di cominciare

Questo è forse uno degli aspetti più utili dell’intero libro. Normalmente pensiamo che il processo debba funzionare così: prima devo avere fiducia in me stesso, poi riuscirò ad agire. Il metodo proposto da Eyal suggerisce invece una dinamica quasi opposta: comincia con una piccola azione e lascia che quell’azione produca la prova sulla quale costruire una nuova convinzione. Pensiamo a una persona che per tutta la vita ha detto: “Non sono mai stato sportivo”. Questa frase trasforma decenni di comportamento in un’identità apparentemente immutabile. Ma cosa accade se quella persona comincia semplicemente a camminare venti minuti ogni mattina? Dopo una settimana possiede già alcune piccole prove che contraddicono la vecchia definizione. Dopo un mese può cominciare a pensare: “Sono una persona che si muove ogni giorno”. Il comportamento modifica la convinzione e la nuova convinzione, a sua volta, rende più probabile il comportamento futuro. È un circolo virtuoso molto più concreto delle semplici affermazioni motivazionali.

Non significa che “basta crederci”

Su questo punto credo sia importante essere molto chiari, soprattutto quando colleghiamo il libro ai temi della salute e della longevità. Beyond Belief non dovrebbe essere interpretato come l’ennesimo invito a pensare che basti desiderare qualcosa abbastanza intensamente perché diventi realtà. Credere di poter correre una maratona senza allenamento non permette di correrla, così come credere di non avere una malattia non farà scomparire la malattia. Anzi, ignorare i limiti biologici o i segnali del corpo può diventare pericoloso. La questione interessante è un’altra: tra ciò che è realmente impossibile e ciò che crediamo impossibile esiste spesso uno spazio molto più grande di quanto immaginiamo. È quello spazio che vale la pena esplorare. La convinzione utile non nega la realtà, ma ci permette di verificare fino a dove quella realtà possa essere modificata attraverso le nostre azioni.

Beyond Belief e la longevità dopo i 50 anni

È proprio per questo che considero Beyond Belief particolarmente interessante per chi ha superato i cinquant’anni. Una delle battaglie più importanti della longevità, infatti, non avviene necessariamente nei laboratori, ma nella rappresentazione che abbiamo dell’età. Possiamo conoscere l’importanza dell’attività fisica, seguire un’alimentazione equilibrata, controllare i nostri biomarcatori e informarci sulle più recenti ricerche sull’invecchiamento. Tutto questo è importante, ma rischia di non bastare se interiormente abbiamo già deciso che la parte più interessante della nostra vita appartiene al passato. La longevità non è soltanto una questione di lifespan, cioè quanti anni viviamo, e nemmeno soltanto di healthspan, cioè quanti di quegli anni trascorriamo in buona salute. Esiste anche una dimensione legata al significato, alla curiosità, alla capacità di progettare e di continuare a sentirsi vivi dentro il tempo che abbiamo davanti.

Potremmo avere davanti venti, trenta o quarant’anni. La domanda, allora, non è soltanto come proteggerli biologicamente, ma anche che cosa crediamo ancora possibile in quegli anni. C’è un equivoco che accompagna spesso il mondo della longevità: pensare che l’obiettivo sia diventare o sentirsi nuovamente giovani. Non dovrebbe essere così. A sessanta non siamo trentenni con qualche ruga in più. Abbiamo un corpo diverso, una storia diversa, priorità differenti e probabilmente anche risorse che a trent’anni non possedevamo. Il punto non è negare l’età, ma evitare che l’età diventi una spiegazione universale per tutto ciò che non tentiamo più. Possiamo accettare il cambiamento senza trasformarlo in resa, riconoscere un limite senza inventarne altri dieci, adattare le nostre strategie senza abbandonare automaticamente i nostri obiettivi.

Un piccolo esperimento personale

Dopo aver letto Beyond Belief, vale la pena fare un esperimento molto semplice. Prendete un foglio e scrivete la frase: “Sono troppo vecchio per…” e completatela senza pensarci troppo. Potrebbe emergere qualcosa di apparentemente banale oppure qualcosa di molto più profondo: cambiare lavoro, iniziare ad allenarsi, innamorarsi di nuovo, imparare una lingua, viaggiare da soli, avviare un progetto, tornare a studiare, scrivere un libro. A quel punto fatevi una seconda domanda: è davvero impossibile oppure ho semplicemente smesso di verificarlo? Non è detto che la risposta sia sempre quella che vorremmo, perché esistono limiti reali e negarli non sarebbe saggio. Ma vale la pena imparare a distinguere i limiti che la realtà ci impone da quelli che abbiamo progressivamente costruito dentro di noi.

La mia valutazione di Beyond Belief

Beyond Belief è un libro interessante soprattutto perché prende un argomento spesso trattato in maniera superficiale, il potere delle convinzioni, e cerca di riportarlo sul terreno della psicologia, del comportamento e soprattutto dell’azione. Non ci invita a immaginare una realtà inesistente, ma a mettere in discussione la nostra interpretazione della realtà esistente. Per un pubblico over 50 il messaggio va quindi ben oltre la produttività e la performance personale. Con l’età rischiamo infatti di trasformare l’esperienza in previsione: siccome qualcosa non è accaduto fino a oggi, pensiamo che non accadrà mai; siccome siamo sempre stati in un certo modo, immaginiamo di dover rimanere così; siccome abbiamo fallito in passato, smettiamo di tentare. Ma la seconda metà della vita può richiedere esattamente il contrario: utilizzare l’esperienza senza permettere all’esperienza di diventare una gabbia.

Ed è questo, secondo me, il motivo per cui Beyond Belief merita di essere letto anche attraverso la lente della longevità. Vivere a lungo non significa soltanto conservare il corpo il più possibile in salute. Significa conservare possibilità, curiosità e capacità di immaginare un futuro nel quale valga ancora la pena entrare. Dopo i cinquant’anni il confine più importante da superare potrebbe quindi non essere quello tra giovinezza e vecchiaia, ma quello tra ciò che davvero non possiamo più fare e ciò che abbiamo semplicemente smesso di credere possibile.

Non possiamo scegliere tutti i limiti che la vita ci imporrà, ma possiamo continuare a interrogarci su quelli che, magari senza rendercene conto, ci siamo imposti da soli.


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