
Negli ultimi anni una frase ha iniziato a circolare sempre più spesso quando si parla di aspettativa di vita: “la longevità ha raggiunto il suo limite”.
I numeri, almeno in parte, sembrano darle ragione. In molti Paesi europei l’aumento dell’aspettativa di vita ha rallentato, in alcuni casi si è fermato, in altri addirittura ha mostrato una lieve inversione di tendenza.
Ma è davvero così?
Oppure stiamo guardando il fenomeno dalla prospettiva sbagliata?
Una nuova e imponente ricerca pubblicata il 24 Gennaio di quest'anno su Nature Communications, intitolata “Potential and challenges for sustainable progress in human longevity”, offre una risposta molto più interessante – e molto meno pessimista – di quanto si potrebbe pensare.
Spoiler: il problema non è che stiamo vivendo “troppo a lungo”, ma come viviamo una fase cruciale della vita. E questa fase riguarda in pieno chi oggi ha più di 50 anni.
Uno dei grandi limiti degli studi sulla longevità è che spesso guardano ai dati a livello nazionale, come se un Paese fosse un blocco unico.
In realtà, lo sappiamo bene: vivere a Milano non è come vivere in una zona rurale, così come il Nord Italia non è il Sud, e la Svizzera non è il Regno Unito.
I ricercatori europei hanno deciso di cambiare approccio.
Hanno analizzato l’aspettativa di vita in 450 regioni dell’Europa occidentale, coprendo quasi 400 milioni di persone in 13 Paesi, tra cui Italia, Spagna, Francia, Germania e Regno Unito.
Il periodo osservato va dal 1992 al 2019, quindi prima dell’impatto distorsivo della pandemia.
Il risultato è una vera e propria mappa della longevità europea, molto più precisa, molto più scomoda… e molto più utile.
Partiamo dalla buona notizia.
Contrariamente a quanto si sente dire, nelle regioni europee “all’avanguardia” la longevità continua a crescere, senza segni evidenti di rallentamento.
Nel 2019:
gli uomini hanno raggiunto 83,5 anni di aspettativa di vita
le donne 87,5 anni
E non solo:
in queste regioni l’aspettativa di vita continua ad aumentare di circa:
2,5 mesi all’anno per gli uomini
1,5 mesi all’anno per le donne
Numeri tutt’altro che trascurabili.
Tra queste aree “virtuose” troviamo:
il Nord Italia
alcune regioni della Spagna centrale e settentrionale
la Svizzera
parti della Francia orientale
Se esistesse davvero un limite biologico invalicabile, queste curve dovrebbero appiattirsi. Ma non lo fanno.

Il punto cruciale dello studio è un altro: l’Europa non si muove tutta alla stessa velocità.
A partire dalla metà degli anni 2000, molte regioni considerate “in ritardo” hanno visto un forte rallentamento dei progressi, fino quasi a fermarsi.
In alcuni casi, il miglioramento dell’aspettativa di vita è stato inferiore del 40% rispetto ai decenni precedenti.
Negli anni ’90 e nei primi 2000, invece, queste stesse regioni stavano recuperando terreno rapidamente.
Era la cosiddetta “età dell’oro” della longevità, favorita da:
miglioramenti socioeconomici
accesso più ampio alle cure
progressi nella prevenzione
cambiamenti negli stili di vita
Poi qualcosa si è incrinato.
Ed è qui che lo studio diventa davvero interessante per chi ha superato i 50 anni.
Analizzando i dati per fasce d’età, i ricercatori hanno scoperto che:
la mortalità infantile resta molto bassa
la mortalità sopra i 75 anni continua a diminuire
il problema si concentra tra i 55 e i 74 anni
In alcune regioni europee, il rischio di morte in questa fascia è addirittura aumentato negli ultimi anni.
Questo significa una cosa molto chiara:
Non è la vecchiaia estrema a frenare la longevità, ma una “mezza età lunga” gestita male.
Secondo gli autori dello studio, il principale imputato è l’effetto cumulativo dei comportamenti a rischio.
In parole semplici:
quello che abbiamo fatto (o non fatto) nei decenni precedenti presenta il conto proprio intorno ai 60-65 anni.
I fattori più citati sono:
fumo
consumo eccessivo di alcol
alimentazione sbilanciata
sedentarietà
stress cronico
scarso accesso alla prevenzione
A questi si aggiunge, in alcune aree, il fenomeno delle “morti di disperazione” (abuso di alcol, droghe, suicidi), già documentato nel Regno Unito e potenzialmente rilevante anche in altre zone d’Europa.
Da una parte:
regioni che continuano a migliorare
popolazioni con maggiore istruzione
migliori condizioni socioeconomiche
più attenzione alla prevenzione
Dall’altra:
regioni in cui la longevità si è fermata
maggiori disuguaglianze
stili di vita più penalizzanti
meno strumenti per intercettare i rischi prima che diventino malattia
Questo ci porta a una conclusione chiave dello studio:
il futuro della longevità dipende meno da un limite biologico e più dalla nostra capacità di ridurre i divari.
Significa una cosa fondamentale:
questa fase della vita è ancora altamente “programmabile”.
La fascia 55-74 anni non è un’inevitabile discesa, ma una finestra strategica.
È qui che:
la prevenzione fa la differenza
i cambiamenti nello stile di vita hanno ancora un impatto enorme
la longevità si costruisce (o si perde) giorno dopo giorno
Ed è esattamente qui che entra in gioco il concetto di Longevity Intelligence:
la capacità di leggere i segnali del proprio corpo, interpretare i dati e fare scelte consapevoli prima che i problemi diventino irreversibili.
Questo studio, in fondo, ci dice una cosa rassicurante.
Non stiamo “sbattendo contro un muro biologico”.
Stiamo piuttosto inciampando in:
abitudini obsolete
modelli di vita non più sostenibili
disuguaglianze che si riflettono sulla salute
Ma dove queste condizioni migliorano, la longevità continua ad avanzare.
E questo vale sia a livello collettivo che individuale.
Per chi oggi ha superato i 50 anni, il messaggio è chiaro:
non è troppo tardi, ma è il momento giusto.
La longevità non è un numero fisso.
È una traiettoria.
E, almeno in parte, dipende ancora da noi.
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