Oltre il corpo anche la mente deve rimanere sana e attiva

La società della stanchezza
di Byung-Chul Han


Perché siamo esausti… e cosa c’entra la longevità
C’è una stanchezza che passa con una buona notte di sonno.
E poi c’è una stanchezza più profonda, silenziosa, che non si risolve con il weekend né con le vacanze. È una stanchezza esistenziale, mentale, identitaria. È quella che Byung-Chul Han descrive ne La società della stanchezza, un libro breve ma densissimo, capace di fotografare con precisione chirurgica il disagio dell’uomo contemporaneo.
Per chi ha superato i 50 anni, questo libro risuona in modo particolare. Perché racconta un mondo che promette libertà, ma produce affaticamento cronico. Un mondo in cui non siamo più oppressi da un “padrone” esterno, ma da noi stessi. E questo ha implicazioni enormi anche sul modo in cui invecchiamo.
Chi è l’autore?
Byung-Chul Han è un filosofo e saggista di origine sudcoreana, formatosi in Germania, dove vive e insegna. È noto per i suoi libri brevi ma densissimi, capaci di analizzare con lucidità i paradossi della modernità: dalla società della trasparenza alla crisi del desiderio, dal digitale alla solitudine contemporanea. Il suo stile è essenziale, aforistico, a tratti spietato, ma sempre profondamente umano.
Dalla società disciplinare alla società della prestazione
Han parte da un cambiamento epocale: non viviamo più nella società del “dovere”, ma in quella del “potere”.
Non ci viene più detto “devi”, bensì “puoi”.
Puoi migliorarti.
Puoi essere produttivo sempre.
Puoi reinventarti.
Puoi fare di più.
In apparenza è una conquista. In realtà è una trappola.
Perché quando tutto è possibile, il limite diventa una colpa.
La società della prestazione trasforma ogni individuo in imprenditore di sé stesso. Non c’è più un nemico esterno da combattere, ma un obiettivo interno da inseguire senza sosta. Il risultato? Auto-sfruttamento. E lo sfruttamento di sé è molto più efficace – e pericoloso – di quello imposto dall’esterno.
Per chi è over 50 questo meccanismo è ancora più subdolo: ci si sente spesso “in ritardo”, meno performanti, costretti a dimostrare di essere ancora all’altezza. Una pressione che accelera stress, infiammazione, declino cognitivo. Esattamente l’opposto di ciò che favorisce la longevità.
L’età neuronale: quando il problema non è più il virus, ma l’eccesso
Uno dei passaggi più interessanti del libro è il concetto di “età neuronale”.
Se il Novecento era dominato dalle malattie infettive, il nostro secolo è dominato da patologie come depressione, burnout, ADHD, disturbi d’ansia.
Non sono malattie della mancanza.
Sono malattie dell’eccesso.
Eccesso di stimoli.
Eccesso di informazioni.
Eccesso di aspettative.
Eccesso di positività.
Han parla di una violenza nuova, invisibile, che non viene da fuori ma da dentro. Non ci ammaliamo perché qualcosa ci attacca, ma perché qualcosa ci sovraccarica. Il sistema nervoso, continuamente stimolato, non ha più spazi di recupero.
Dal punto di vista della longevità questo è cruciale: oggi sappiamo che lo stress cronico accelera l’invecchiamento biologico, agisce sull’epigenetica, altera il sistema immunitario e aumenta il rischio di malattie neurodegenerative. La “società della stanchezza” è, di fatto, una società che invecchia male.
Multitasking: progresso o regressione?
Un altro bersaglio di Han è il multitasking, spesso celebrato come abilità moderna.
Secondo il filosofo, non è un segno di evoluzione, ma di regressione.
Il multitasking ci riporta a uno stato di attenzione diffusa, simile a quello animale, utile alla sopravvivenza ma nemico del pensiero profondo. L’attenzione frammentata impedisce la concentrazione, la contemplazione, la creatività.
Per un cervello che invecchia, questo è un problema serio.
Dopo i 50 anni, il cervello ha bisogno di profondità, non di velocità. Ha bisogno di tempo, silenzio, continuità. La frammentazione cognitiva è uno dei fattori che più contribuiscono al senso di stanchezza mentale e al declino dell’attenzione.
La scomparsa della noia (e perché è un problema)
Han rivaluta un concetto oggi quasi demonizzato: la noia profonda.
Non la noia superficiale, quella da scroll compulsivo, ma la noia come spazio vuoto, fertile, generativo.
La noia autentica permette alla mente di rallentare, di fare connessioni nuove, di creare senso. È in questo spazio che nasce la riflessione, l’intuizione, persino la saggezza.
Per chi guarda alla longevità non come semplice “durata”, ma come qualità del tempo, questo è un passaggio chiave.
Una vita piena di stimoli ma povera di silenzio è una vita biologicamente più fragile.
Vita activa e vita contemplativa: ritrovare l’equilibrio
Han riprende la distinzione tra vita activa e vita contemplativa.
La nostra società ha ipertrofizzato la prima e quasi cancellato la seconda.
Agire, fare, produrre, misurare: tutto è orientato al risultato.
Ma senza spazi di contemplazione, l’azione si svuota di senso.
Per gli over 50 questo tema è centrale. È spesso il momento della vita in cui si può – e si dovrebbe – ridefinire il rapporto con il tempo. Non per “fare meno”, ma per fare meglio, con più presenza, più intenzionalità, più connessione con sé stessi.
La stanchezza che salva
Nel finale del libro, Han introduce un’idea sorprendente: esiste una stanchezza buona, trasformativa.
Una stanchezza che non distrugge, ma ferma.
Che non consuma, ma invita a cambiare ritmo.
È una stanchezza che può diventare consapevolezza.
Un segnale che ci chiede di rallentare, di uscire dalla logica della prestazione continua.
In chiave di longevità, questa è forse la lezione più importante: ascoltare la stanchezza prima che diventi malattia. Usarla come bussola, non come nemico.
Longevità e società della stanchezza: un corto circuito
La longevità non è compatibile con una vita vissuta in costante accelerazione.
Non è compatibile con l’idea che il valore di una persona dipenda dalla sua produttività.
Non è compatibile con l’auto-sfruttamento mascherato da libertà.
La società della stanchezza ci invita a una rivoluzione silenziosa: rallentare, sottrarre, scegliere.
Non per rinunciare alla vita, ma per viverla più a lungo e meglio.
Perché leggere questo libro
Questo non è un libro da leggere di corsa.
È un libro da leggere lentamente.
Magari stanchi. Ma finalmente consapevoli.
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